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Osservatorio

“Annamaria Massari – Antonio L. Verri – Marianna Casto – Giorgio Di Lecce – Luigi Mura”

  

Ri/Salpando per Bisanzio

 

A Rudiae

Per la creazione del grande Parco Archeologico Messapico di Rudiae  

 

165° Anniversario della nascita di Cosimo Giuseppe De Giorgi

(Lizzanello, 8 febbraio 1842)

 

Estratti da:

Cosimo De Giorgi, La Provincia di Lecce – Bozzetti di viaggio (Editore Giuseppe Spacciante, Lecce 1882, ristampato da Congedo Editore, Galatina 1975)

LIZZANELLO

(…)

Ma le memorie più gloriose di quella nobile famiglia (i Paladini) sono nel castello oggi convertito in palazzo magnifico, situato nella parte più elevata del paese (Lizzanello).

Dell’antico castello non resta che una torre cilindrica in alto, a mo’ di cono tronco in basso. Il piano inferiore del palazzo termina anch’esso a scarpa: ha pareti massicce ed una porta trapezoide sormontata dallo stemma della famiglia Lotti che oggi lo possiede. La torre è costruita in pietra leccese e fu munita di petriere e di saettiere. Data dai primi del secolo XVII al tempo di Gio. Antonio Paladini. Nell’interno si vede lo stemma di quei baroni di Lizzanello, consistente in uno scudo diviso in quattro parti, con due gigli bianchi su campo rosso e due rossi su campo bianco: la targa è sormontata da un cimiero e riposa sulla croce di Malta. Il medesimo stemma è pure ripetuto sugli spigoli esterni della cappella dell’Annunziata.

Oggi però quella torre ha perduto l’aspetto minaccioso dei tempi feudali: i merli son divenuti una colombaia, e un innocente cannone di pietra sporge da una saettiera, per lo scolo delle acque pluviali. Un fulmine schiantò l’orologio dal piano superiore; e nell’inferiore, in luogo di arnesi guerrieri, gemono i torchi di un frantojo così detto comunale sebbene appartenga al padrone del palazzo.

Come la torre mutò destinazione così il castello divenne un Eldorado. Il Cav. Vincenzo Lotti attratto dalla mitezza del clima e dall’amenità della campagna, preferì i beati ozii della piccola borgata alla vita chiassosa della natale Partenope. Egli comprò il feudo e il palazzo da uno dei Chyurlia de Baro, conti di Roccaforzata, che succedettero a Pasquale d’Afflitto, l’ultimo conte di Lizzanello. Ingrandì il palazzo e i giardini annessi e ne fece una dimora principesca!

Entriamoci. Nella galleria del primo piano noteremo i ritratti di Clemente VII, del cardinal Bembo, di Michelangelo e di Dante: due quadretti di fiori toccati con molta grazia e maestria: più due tele che rappresentano delle scene mitologiche e ci rivelano le tinte calde ed il fare un po’ manierato della scuola solimenesca; più una Venere di mediocre fattura. In questa tela alcuni genietti procaci sollevavano un drappo rosso per metter meglio in evidenza le bellezze della dea degli amori; ma un restauratore moderno – al quale messer domeneddio benedica le mani – vi distese un lenzuolo bianco in omaggio al pudore! Se fosse stato un capolavoro non avrebbe egli commesso anche lo stesso sacrilegio? Altri quadri li troveremo nella cappella interna del palazzo; ed una S. Cecilia molto bella dipinta ad olio sul marmo. Però le tele migliori presero il volo verso Napoli, ed ora decorano la galleria d’uno splendido palazzo sulle alture ridenti di Pizzofalcone.

Il gusto moderno si rivela anche nel giardino annesso al palazzo, che ha le pareti coperte di ellera, di eliotropii, di tropeoli, di glicine, di rose banksiane e di viti del Canadà. Perlagonj scelti, camelie, ortensie, cannacori, gardenie e viole, ecc. crescono fra gli aranci, i cedri e le paulonie dalle larghe foglie.

Nella costruzione dei viali, e nello scavare il terreno per formare le ajuole, si rivennero alcuni cimelii che interessano l’archeologia e la storia di questo paesello, che il ferrari vorrebbe costruito dai profughi rusciari. Li accennerò brevemente.

Sul lato meridionale del giardino di sopra, che fiancheggia la via dell’Annunziata, si scopersero moltissime tombe a fior di terra, alcune tagliate nel calcare compatto, altre nel calcare tufaceo conchiglifero. Erano tutte di forma rettangolare, di dimensioni diverse;  tutte allineate da tramontana a mezzogiorno. Proseguivano nel fondo Aja della corte. Queste tombe però non erano molto antiche, e formavano il cimitero annesso alla cappella di S. Gregorio, anticamente detta di S. Salvatore, sull’area della quale oggi sorgono le case attigue al palazzo del Cav. Lotti. Il luogo si chiama ancora largo del Salvatore, e quivi sorgeva un alto menhir in pietra leccese, che fu abbattuto.

(Nota. Della cappella del Salvatore si legge nelle visite pastorali del sec. XVII, che fin d’allora si riteneva molto antica ed era fuori dell’abitato e poco lontana dal castello baronale. Le pareti erano tutte dipinte a fresco con immagini di santi; e dietro l’altare maggiore vi era un’abside, come nelle chiese di rito greco, e nella scodella era dipinta l’effigie della SS. Trinità e della Vergine Annunziata. Però il culto fu interdetto nel 1646, perché la tettoia minacciava rovina e le pareti erano screpolate e cadenti. Fu demolita nel 1856.)

Nella piazzetta attigua alla cappella si trovarono, nel cavare le fondazioni delle case del cav. Lotti, due tombe monolitiche in pietra leccese, simili ai nostri pilacci da olio, incuneate nella roccia sottostante e coperte da intavolature di carparo. Accanto a queste si rinvenne un tumulo monolitico contenente no scheletro ed alcune monete di bronzo dei mezzi tempi. Fin qui tutto va d’accordo coll’epoca della cappella che sorgeva in quella località. Ma estendendo più oltre le ricerche vennero fuori alla luce sepolcri di data più antica. In alcuni si trovarono delle monete sulle quali era effigiata una spiga (Metaponto) e varii gingilli ed ornamenti muliebri in vetro, e frammenti di vasi, e idoletti in argilla ed in bronzo. Un altro conteneva uno scheletrino di fanciullo chiuso, siccome mi dicevano gli scavatori, fra due grossi embrici. Negli scavi più recenti fu pure trovata, in un sepolcro a pilaccio, un’anfora di argilla con fregi neri su fondo giallastro, in mezzo a due scheletri; ed un altro vase con due monete di bronzo che avevano delle figure bene disegnate. Tutto andò disperso, perché sembrò di poco valore; ed i fossori non seppero che farsene di quei preziosi cimelii, ai quali mancava il luccichio di quel metallo portentoso e onnipossente!

Quanti materiali di studio e di ricerche per gli archeologi avvenire! Valgano questi fatti a promuovere nuove indagini in quel luogo, ed a curare che non vadan dispersi tutti quei dati di fatto che possono interessare la scienza e la storia. Volgono però tempi terribili per siffatti studii, ed il cinico sarcasmo lanciato due secoli addietro contro i seguaci di Paracelo,torna di bel nuovo in bocca ai realisti moderni contro i cultori dell’archeologia! S’ha un bel ripetere certe sentenze vecchie e stravecchie, ma

Il baglior del dio quattrino

Splende al secolo mercante:

Ecco l’astro fiammeggiante

Che lo guida nel cammino!

AGOSTO MDCCCLXXIX

 

DINTORNI DI LIZZANELLO

(…)

E’ il giorno 8 di agosto del 1879. Il sole volge al tramonto: una dolce mestizia invade l’animo, ed un silenzio profondo spira fra quelle rovine (cappella di S. Lorenzo, poco fuori da Lizzanello, nel feudo detto Cigliano n.d.r.). Di tratto in tratto s’ode lo schioccar delle fruste ed il canto dei pastori che conducon gli armenti al paese, e il canto stridulo del grillo serotino. Il sole è disceso sotto l’orizzonte! I profili vanno sfumando, l’uliveto assume una tinta più cupa, e la mia terricciuola s’illumina a festa, i suoni delle campane si mescolano a quelli delle fanfare e giungono confusi e indistinti al nostro orecchio.

Qui è l’eterno idillio della vita campestre; là invece è la gioia di una vita artificiale che si pasce di novità, di chiasso e di emozioni.

Addio, mia terra natale, addio!

Così possa il lettore perdonarmi questo lungo bozzetto, in omaggio all’affetto che ho sempre nutrito pel mio nido natio.

 

AGOSTO MDCCCXXIX

 

Estratti da:

Cosimo De Giorgi, La Provincia di Lecce – Bozzetti di viaggio (Editore Giuseppe Spacciante, Lecce 1882, ristampato da Congedo Editore, Galatina 1975)

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